giovedì 19 maggio 2022

Riflessioni. In sogno, come in fotografia, emozioni costruite nei cantieri della mente

di Vito Stano

Benedetta campagna elettorale, che ci fa incontrare e salutare dopo lunghi periodi di relazioni magre, oltre che conoscere compaesani mai visti primi. Noi cittadini di Cassano delle Murge siamo fortunati, perché grazie al periodo elettorale possiamo affrancarci dalla triste vicenda quotidiana che sta riguardando l’Ucraina. 

A me però è capitato che l’altra notte ho fatto un sogno, un brutto sogno. Ho sognato di essere in un luogo pervaso dalla guerra. Ho provato 
emozioni reali, come nei sogni capita. E al risveglio ho preso la penna per non dimenticare quell’incredulità davanti alle facce intraviste nel buio di una stanza. Stanza il cui ingresso mi era precluso dallo sbarramento fisico di un compagno di battaglia, il quale dopo la mia insistenza s’è fatto da parte lasciandomi vedere e avvicinare ad un letto di fortuna sul quale dormiva, visibilmente sofferente mia figlia. Sorriso spento e grigia in viso, forse per la stanchezza o forse sofferente per una ferita subita. E d’un tratto mi riconosce e i suoi occhi di sempre prendono di nuovo vita e scatta come una molla abbracciandomi. 

Io la guerra, che sta distruggendo la vita di milioni di persone in Ucraina, evito di guardarla, perché sono stanco di saturarmi la vista e anche a causa della fervida immaginazione che m’accompagna, che unita ad una spiccata sensibilità alle sofferenze altrui, mi farebbe sentire troppi colpi, accrescendo quell’impotenza di fronte ai grandi disastri della Storia e della vita. In effetti avrò visto un tg e due-tre (al massimo) trasmissioni tv serali, più qualche video-commento sul canale youtube della rivista Limes e nonostante questa dieta dello sguardo, mi è bastato che la sera antecedente al sogno abbia ascoltato un fatto relativo all'accoglienza dei bambini ucraini nella mia cittadina murgiana (in perenne lotta elettorale) per soffrire in sogno una realtà così lontana. 

Io poi un fucile tra le mani non l’ho mai tenuto. Eppure in sogno ne stringevo uno tra le mani. Era bianco e tenendolo tra le mani mi sentivo inadeguato, chiedevo al mio compagno d’armi (questa volta riconoscevo in lui mio fratello gemello) consigli e ripetevo domande alle quali avevo già avuto risposte incomprese. Lui che ha fatto il servizio militare (al contrario mio) mi rassicurava stringendo tra le mani un fucile enorme di quelli alla rambo con catena di proiettili a tracolla. 

Il sogno, come la fotografia, non esistono nella realtà. Ma se la costruzione è efficace le emozioni che ne conseguono sono reali. Fanno ridere o fanno piangere come se fossimo in preda ad una dittatura delle emozioni, dalle quali si fatica a liberarsene al risveglio.

domenica 23 gennaio 2022

Conversazioni. Il filo di Arianna dei ricordi ricomincia da Giuseppe: expat di ritorno reimpiantato a Cassano delle Murge

a cura di Vito Stano

Con questa conversazione provo a riannodare i fili dei ricordi della vita inglese. Già troppi anni sono passati e a volte mi pare un'altra vita e, in effetti, per certi versi lo è, ma ci provo lo stesso a ricordare e con la scrittura a stimolare la memoria di coloro che come me hanno vissuto lontano da casa con l'idea, sempre in testa, di tornare un giorno.

Il ritorno ideale nel Regno di Sua Maestà Elisabetta II lo facciamo con Giuseppe Laterza: ci eravamo lasciati il 9 giugno con il racconto di un expat giovanissimo (Piero Campanale) e con questo racconto esperienziale torniamo a volgere lo sguardo al passato e a cercare di capire le ragioni dell’andata fuori confine e le ragioni del ritorno in patria. 

Chi è Giuseppe Laterza? Sono Giuseppe Laterza, ho 38 anni. Un ragazzo cassanese tornato al paese da qualche anno. Fino ad allora ho vissuto tra Bari e Portsmouth, in Inghilterra appunto. Sono laureato in psicologia e mi occupo di gestione del personale in una società di consulenza informatica. 

Quando sei partito la prima volta e quali sono state le ragioni della primissima partenza? Sono partito per la prima volta nel 2010. Ero fresco di laurea triennale (2008) e stavo frequentando la specialistica, mi mancavano pochi esami, ma la riforma Gelmini in quegli anni portò grandissima confusione e disorganizzazione in un sistema universitario già pesantemente compromesso. Tra la mancanza di informazioni, corsi di studio cancellati, esami rimandati e professori demotivati, nell’incertezza più totale, decisi di non perdere altro tempo e non farmi prendere dallo sconforto. Così partii per cambiare aria. 

Perché hai deciso di andare in Inghilterra e perché quella città? Beh, professori e professionisti ci avevano sempre detto che la conoscenza della lingua inglese era fondamentale per farsi strada nel mondo del lavoro, quindi quale posto migliore dell’Inghilterra per imparare? Inoltre, un mio caro parente vive a Portsmouth da molti anni e chiesi supporto a lui, per evitare di muovermi completamente al buio. 

La tua esperienza inglese, in realtà, è un insieme di periodi più o meno lunghi: sei sempre stato nella stessa città? In realtà dal 2014 in poi ci sono tornato più volte. Ho vissuto in Inghilterra per un totale di 3 anni. I primi due anni continuativi, dal 2010 al 2012, poi ci sono tornato nel 2014 per 6 mesi, nel 2016 per 4 mesi e nel 2017 per altri 6 mesi. 

Parlavi già inglese o lo hai imparato con la pratica quotidiana? Quando sono partito per la prima volta non lo parlavo assolutamente. La conoscenza scolastica non mi ha aiutato affatto. Ricordo che fu una sfida anche arrivare dall’aeroporto di Stansted alla città di Portsmouth il primo giorno. Quando chiedevo informazioni la gente mi guardava quasi stessi parlando una lingua aliena e i primi tre giorni mi sono chiuso in camera per paura di incontrare qualcuno e di doverci parlare. È stata una strana reazione. Poi però ho subito iniziato a frequentare una scuola, a lavorare, e per forza di cose l’inglese l’ho imparato. Forse più per istinto di sopravvivenza che per altro. 

Che genere di lavori hai fatto? Ho iniziato subito con un super classico, facendo il cameriere o l’aiuto cuoco in un paio di ristoranti italiani. Andavo a scuola la mattina e la sera lavoravo. Dopo qualche mese, grazie ad un amico conosciuto proprio in quel ristorante, ho trovato lavoro in una fabbrica di cavi coassiali (cosa a me sconosciuta fino a quel momento). A parte un paio di colleghi, gli altri erano tutti del posto. All’inizio integrarmi è stato difficile, soprattutto a causa del gap linguistico. Ma poi si sono rivelate tutte persone magnifiche, tanto che sono tornato a lavorare nella stessa azienda anche nei successivi periodi. 

Sei laureato e specializzato in Psicologia, all’epoca della tua partenza in UK eri già laureato? Hai cercato Oltremanica un’occupazione adeguata alla tua preparazione accademica? Se sì, com’è andata la ricerca? Attualmente ho una Triennale in Psicologia Clinica, una Laurea Magistrale in Psicologia del Lavoro e un Master in Gestione delle Risorse Umane. Come ho già detto, quando sono partito la prima volta avevo solo la Triennale e dal momento che non parlavo affatto inglese, non ci ho nemmeno provato a trovare un lavoro in linea con quel titolo. La stessa cosa è successa nei successivi periodi. Come puoi immaginare, il mio lavoro presuppone una conoscenza della lingua e di tanti altri aspetti della cultura, del sociale e del lavoro del paese ospitante che difficilmente possono essere appresi in poco tempo. Quindi ogni volta tornavo nei ristoranti o nella fabbrica di cavi coassiali (il cui proprietario e i vari colleghi ringrazierò sempre per avermi ogni volta accolto e dato sostentamento). Penso che per lavorare nel mio settore in UK, avrei dovuto viverci per molti più anni ininterrottamente. Cosa che non mi è stato possibile fare. 

Come mai sei tornato e ripartito più volte? Cosa ti spingeva a tornare in Italia? Il motivo principale è stata la situazione di salute di mia madre. Era malata da tanto e ogni volta che si aggravava tornavo per starle vicino. E poi, già che c’ero, studiavo per un altro titolo di studio, per provare a trovare lavoro in Italia. Quando lei sembrava stabilizzarsi, ripartivo, dal momento che di lavoro, in Italia, non c’era nemmeno l’ombra. La mia esperienza è stata sempre un continuo alternarsi di sentimenti diversi, da una parte la voglia e il bisogno di stabilirsi, trovare un lavoro e iniziare una vita da qualche parte. Dall’altra parte l’attaccamento e l’affetto per la mia famiglia (soprattutto in momenti difficili) che, diciamocelo, è quello che manca di più quando si vive all’estero. 

Hai subito la frustrazione di non riuscire a realizzarti nel settore che volevi? Ho sentito la frustrazione di non riuscire a realizzarmi nel settore in cui volevo in Italia! Quello sicuramente. Era nel mio paese che i miei titoli e le mie competenze avrebbero dovuto aiutarmi a realizzarmi. Quando sono andato in Inghilterra, non mi aspettavo nulla. Ero in un paese straniero, non conoscevo nessuno, non parlavo nemmeno la lingua del posto, cosa potevo pretendere? Poi negli ultimi anni c’è stato un esodo spropositato in UK, dovuto alla crisi economica globale. Ovviamente le opportunità migliori erano riservate a chi aveva la preparazione migliore. E la preparazione offerta dalla scuola italiana, rispetto al resto d’Europa, non è di certo ai primi posti. 

Quali pregiudizi hai incontrato da parte degli inglesi? Inizialmente nessun pregiudizio in particolare, a parte quelli legati universalmente all’essere italiani (spaghetti, pizza, mandolino, Berlusconi, mafia, bunga-bunga erano i termini più utilizzati quando ci si presentava a qualcuno del posto). Era il 2010. La crisi aveva appena iniziato a mietere le sue vittime e il flusso migratorio era importante, ma contenuto in limiti accettabili. Poi credo che quando rispetti, vieni rispettato. Quando lavori e ti comporti da persona seria e affidabile, tutti i pregiudizi cadono. Tutte le persone con cui ho lavorato e che ho conosciuto in maniera più approfondita, sono sempre state molto rispettose, gentili e disponibili nei miei confronti. Ovvio che le eccezioni ci sono ovunque e sempre. 

Che rapporto hai maturato con i sudditi di Sua Maestà? Ripeto, le persone con cui ho lavorato e che ho conosciuto in maniera più approfondita sono state sempre gentili, disponibili e rispettose nei miei confronti, nonostante qualche difficoltà iniziale dovuta ad una mia difficoltà comunicativa. Ma, una volta superato quell’ostacolo, quelle persone sono diventate una famiglia. Non smetterò mai di ringraziarle. A parte loro, quando si fanno due lavori al giorno e si studia, è un po' complicato farsi delle amicizie che non gravitino negli ambienti quotidiani. 

Hai stretto amicizie con ragazzi e ragazze di altri Paesi? Se sì, quali? Si, assolutamente. La prima volta che sono arrivato in UK e ho iniziato a frequentare la scuola, ho conosciuto ragazzi arrivati li da tutto il mondo. Spagnoli, francesci, tedeschi, russi, indiani, coreani. Ho avuto modo di confrontarmi con ragazzi turchi, iraniani, arabi. Sono stati rapporti che mi hanno cambiato la vita, perché con loro ho avuto modo di confrontarmi circa temi molto delicati come la religione, la politica, la cultura. Aspetti che solo guardandoli da vicino si possono capire, mentre molta gente è ancora abituata a stigmatizzare per partito preso, senza essersi mai posta la minima domanda a riguardo. I ragazzi spagnoli sono stati quelli con cui ho stretto subito rapporti di amicizia più simili a quelli che avevo in patria. Sicuramente per la facilità comunicativa, essendo lo spagnolo e l'italiano molto simili, e per le affinità, culturali ed economiche che legano i cittadini del mediterraneo. Sicuramente è stata un’esperienza di apertura al mondo che in un paesino del sud Italia non avrei mai avuto la possibilità di vivere, con tutte le ovvie conseguenze sul mio carattere e sulle mie idee. 

Il flusso migratorio italiano verso l’estero era imponente all’epoca, il nostro Paese aveva subito scossoni pesanti dalla crisi del 2007-2008, come italiani eravamo quarti in quella speciale classifica che ci vedeva dietro a polacchi, rumeni e spagnoli. Con la Brexit e le restrizioni post-covid19 la situazione migratoria ha di certo vissuto una battuta d’arresto. Credi che il flusso degli italiani verso l’estero e verso il Regno Unito in particolare riprenderà come prima? Ho i miei dubbi. Prima della Brexit il Regno Unito era un porto sicuro per tutta una serie di motivi: mercato del lavoro che offriva molte opportunità, diritti sociali ed economici che permettevano una qualità della vita sostenibile, un generale meltin pot di provenienze e un clima di apertura culturale nella quale era piacevole e formativo vivere. Probabilmente con il passare del tempo, negli ultimi anni, proprio a causa di questo flusso migratorio sempre più accentuato, della saturazione del mercato del lavoro e della campagna pro Brexit, le cose sono un po' cambiate. Soprattutto quest’ultima ha dato libero sfogo a derive razziste e a comportamenti di intolleranza a volte pericolosi. Già nel 2016, anno in cui gli inglesi hanno votato a favore della Brexit, l’aria che si respirava era un po' diversa. Gli sguardi erano cambiati, le parole nei confronti degli stranieri più taglienti, i comportamenti in qualche modo più pesanti. Non ci si sentiva più ospiti, ma immigrati. In qualche modo, un peso. È diventato più difficile arrivare in UK per cercare lavoro. È necessaria tutta una mole di documenti per rimanerci. È diventato difficile godere di molti diritti, quindi penso che, venendo a mancare tutta una serie di situazioni peculiari della vita nel Regno Unito, prima di partire ora ci si debba porre un paio di domande, le cui risposte non sono più tanto scontate: perché proprio il Regno Unito? Forse vivrei meglio in qualche altro posto? Molti altri paesi del nord Europa offrono molto: Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo. Le stesse Francia e Germania stanno vivendo un periodo di ripresa economica e, magari, sono anche più vicine logisticamente. Quindi perché intestardirsi con il Ragno Unito? Rispettiamo la loro scelta. 

Secondo te quanto la vicenda Brexit ha influito sulla scelta del Paese (da parte dei nuovi expat) in cui ricominciare una nuova vita? Moltissimo e sicuramente continuerà a farlo. Nessuno sa quali saranno gli sviluppi sull’economia e sulla cultura del Regno Unito, ma i primi dati non sono molto rassicuranti. Personalmente preferirei vivere in un paese in cui i miei diritti da cittadino europeo fossero ancora garantiti. Pensaci: se deve essere così difficile per me entrare in un Paese e godere dei diritti più banali come guidare un mezzo di trasporto, trovare lavoro, comprare casa, curarmi, mandare i miei figli a scuola, farmi accettare dagli autoctoni eccetera, a questo punto forse è meglio rimanere a casa, no? A meno che a casa non ci siano guerre civili, povertà estrema, violenze di ogni genere, allora qualunque scelta sarebbe condivisibile. Ma questo è un altro discorso. 

Oggi vivi nuovamente a Cassano delle Murge, tuo paesello d’origine, pensi mai all’eventualità di espatriare di nuovo? E se lo facessi oggi dove decideresti di andare? Vedo e sento molta gente compiere gesti folli, perché è rimasta senza lavoro o perché ha perso tutto. Per espatriare ci vuole coraggio, lasciare tutto e andare incontro a una vita nuova e sconosciuta. Però penso che da qualche parte, nel mondo, ci sia qualcosa per ognuno di noi. Basta andarselo a cercare. Sicuramente la prima volta è molto difficile e più si diventa grandi, magari con la casa, i bambini, l’idea di cambiare Paese sembra quasi impossibile. Ci vuole ancora più coraggio, sicuramente. Ma è un’opportunità. Un’alternativa. Sono sicuro che, se mai mi dovessi trovare in difficoltà nella mia vita, partirei di nuovo. Fatto una volta (o quattro come nel mio caso), poi è meno complicato. 

In ultimo, sembra che chi vada in Inghilterra «torni un po’ cambiato» (cit. Caparezza), vale anche per te e, se sì, quanto? Sicuramente l’esperienza mi ha cambiato profondamente. Non sarei stato la stessa persona se non fossi partito. Cavarmela da solo in un Paese straniero, conoscere gente di altre nazionalità, discutere di qualsiasi cosa con persone che arrivano dall’altra parte del mondo. Consiglierei l’esperienza a tutti. Magari, dopo il diploma, andare a vivere un anno fuori. Sicuramente molte cose cambierebbero per la nostra società. L’aspetto che più ha avuto effetto sulla mia personalità è stata sicuramente la enorme varietà culturale incontrata ogni giorno ovunque. Un’esperienza molto forte per chi arriva da un piccolo paese del sud Italia, quella, secondo me, era la più grande forza del Regno Unito. Volerla limitare o, addirittura, eliminare, è come decapitare o imbrattare un’opera d’arte. Sono sicuro che altre nazioni prenderanno quel posto e si arricchiranno di tutti quegli aspetti che facevano grande il Regno di Sua Maestà. Mi piacerebbe fosse l’Italia a ereditare questa ricchezza, ma credo non siamo ancora pronti per questo.

mercoledì 9 giugno 2021

Conversazioni. La Gran Bretagna che accoglie: l'esperienza universale degli expat nelle parole di chef Piero Campanale

a cura di Vito Stano

Il viaggio continua e il ritorno sull'isola britannica non lo facciamo soltanto con la fotografia, come pure stiamo facendo, ma anche con le voci lontane degli expat. Questa volta però il protagonista è un expat ritornato in Patria. Piero è l'archetipo dell'espatriato, che detta così farebbe anche sorridere: lui è andato giovanissimo in Inghilterra e dopo un numero di anni anni e una quantità di esperienze ragguardevoli ha fatto il percorso inverso tornando a noi, in Italia, al Sud.  

Chi è Piero Campanale? Attualmente vivi in Italia, dunque ti possiamo considerare un expat di ritorno. Hai vissuto, da giovanissimo, per alcuni anni in Inghilterra. Raccontaci un po’ di te e delle vita Oltremanica. Quanto tempo hai passato lì? Perché hai scelto l’Inghilterra, c’erano ragioni particolari o hai seguito qualcuno che era già lì?
Io ho da sempre avuto una grande passione per la cucina e per l'avventura, così che all'età di diciotto anni, appena dopo il diploma, mi sono trasferito in Inghilterra, dopo un periodo vissuto a Londra ho trovato il giusto compromesso a Portsmouth, città a sud dell'isola britannica, già conosciuta perché un caro cugino ci viveva da tempo. In più essendo una città di mare l'ho preferita ad altre. All'inizio la mia decisione era dettata dalla voglia di apprendere la lingua inglese, in seguito l'avventura si è fatta sempre più interessante e così ho trascorso nove anni fuori dall'Italia.

Com’era la vita dal punto di vista economico e professionale?
All'inizio è stata una dura prova. Affermarsi professionalmente in un contesto completamente diverso da quello in cui hai sempre lavorato è sempre una sfida, il cui esito non è mai scontato. Superata la prima fase, con il tempo sono arrivate le soddisfazioni che mi hanno portato a una crescita professionale e quindi a una situazione economica stabile.

La vita sociale era ricca o scontavi la condizione del migrante? Frequentavi altri italiani lì? Come definiresti il tuo livello di integrazione nella comunità in cui vivevi?
Guardandomi indietro posso affermare che ero ben integrato: contavo amici e conoscenti di numerose nazionalità, anche grazie al fatto che parlo inglese e spagnolo. Vivevo a stretto contatto con qualche italiano ma anche inglesi, spagnoli, polacchi e portoghesi, solo per fare qualche esempio. Frequentavo anche molti inglesi, dentro e fuori il posto di lavoro. Aggiungo
che, com'è ovvio, scontavo la condizione lavorativa del cuoco, che lascia ben poco tempo alla vita sociale, a prescindere dal Paese nel quale si lavora. Vivendo in Inghilterra, tra l'altro, è difficile non avere contatti con italiani, però posso dire di non essere mai stato un assiduo frequentatore di gruppi esclusivamente italiani. Credo che la mia condivisione di esperienze legate all'Inghilterra abbia portato ad una buona integrazione nella comunità locale, anche grazie al fatto di aver avuto una relazione sentimentale con una ragazza del posto. Quindi ero ben inserito nella vita della città e nella sua rete di relazioni.

Che lavori svolgevi?
Sono un cuoco quindi ho sempre lavorato in cucina, all'inizio in un ristorante italiano come molti all'esordio, poi ho cercato sempre di inserirmi in ambienti internazionali.

Parlavi già inglese o l’hai imparato vivendo lì?
Il mio livello di inglese era elementare quando mi sono trasferito e quindi  mi obbligava ad una posizione sempre marginale nella brigata di cucina. Ho frequentato un college inglese che mi ha permesso di conseguire il diploma e di inserirmi in un ambiente internazionale.

La comunità italiana era presente e visibile come in Irlanda?
Certo, era presente e anche abbastanza attiva. Devo ammettere che è un punto di riferimento per  ragazzi che vogliono intraprendere questa esperienza. Penso che la partita di calcetto tra italiani in realtà sia l'espressione di una voglia di sentirsi parte di una comunità al 100%, poiché, quando si vive all'estero, non è raro vivere episodi di esclusione. Quindi la comunità italiana per alcuni è un punto di appoggio importante, per altri un po' meno. 

Cosa pensi della situazione venutasi a creare a seguito della Brexit?
Ho vissuto il periodo Brexit in Inghilterra, cosa che mi ha permesso di capire le dinamiche  politiche relative al referendum. Devo ammettere che all'inizio si respirava un sentimento di incertezza sul futuro del sistema, poi però basta adeguarsi alle nuove norme e leggi che cambiano, così come accade in molti Paesi del mondo. Penso comunque che l'argomento Brexit sia ancora molto acerbo per analizzare le sue conseguenze.

L’Irlanda è Unione Europea e i cittadini europei non subiscono discriminazioni in temi di diritto al lavoro e alla residenza stabile. Cosa pensi della terra dei Celti, non ti attrae?
Ci sarebbe molto di cui parlare! Ci sono stato, anche se per poco tempo, e ho un ottimo ricordo. Penso che in tutte le culture ci sia sempre un qualcosa di attraente. Però viverci e viaggiare per conoscere sono cose differenti. Quando vivevo in Inghilterra non ci ho mai pensato di trasferirmi in Irlanda e meo che meno ora che sono in Italia. Anyway una terra grandiosa!

martedì 8 giugno 2021

Storia. La questione giuliana nella strategia del maresciallo Tito nell'ottica della nuova Jugoslavia federale e popolare

di Vito Stano

Il dibattito italiano a proposito dell'esodo istriano e giuliano-dalmata, causato dagli esiti della guerra e, in particolare dagli episodi di giustizia sommaria (infoibamenti) oltre che dalla strategia, più o meno velata, della costituente Repubblica Federale di Jugoslavia di annettere i territori occupati durante le fasi della guerra di liberazione e assimilare le popolazioni presenti su quei territori, troppe volte è risultato monco: non che la parzialità delle ricostruzioni sia un fatto alieno, ma la volontà di dipingersi oggi come vittime di un disegno di annessione senza considerare, colpevolmente, le cause che condussero alla guerra e all'invasione dell'esercito fascista del Regno di Jugoslavia è quantomeno scorretto. Inoltre è, come dimostrato in più occasioni, un atteggiamento teso all'autoassoluzione senza riguardo alcuno per le vicende storiche occorse e le ricadute da queste causate. 

La vicenda delle foibe (e dell'esodo dai territori contesi) è un esempio di come la storia possa ancora scaldare gli animi senza risolvere i buchi neri creatisi (più o meno naturalmente) per poterci nascondere le responsabilità politiche e con esse le colpe collettive, come avvenuto in Italia (e agli italiani) a proposito delle esperienza in Etiopia, Eritrea e Libia e più recentemente, al principio del XX secolo, con le popolazioni 'alloglotte' del confine a nordest. A queste considerazioni approdo dopo la lettura di un agile libro dello storico Rosario Milano dell'Università di Bari. Il volume dal titolo La Gran Bretagna e la questione jugoslava. 1941-1947 non è il suo ultimo lavoro di ricerca, ma proprio da questo sforzo intellettuale voglio iniziare un percorso per scrivere di storia del Novecento, perché anche se dal titolo pare che gli argomenti siano particolari e specifici, dalla lettura (scorrevole come un romanzo storico) si deduce quanto questa storia parli anche di Italia e della diatriba che ebbe come centro nevralgico Trieste. Molto è stato scritto e molto altro è stato detto in contesti molte volte inopportuni, quello che però fa fatica a sedimentarsi sono le ragioni e le cause che hanno condotto i protagonisti della storia raccontata a prendere le decisioni che hanno cambiato il corso della storia del tempo. 

Com'è ovvio trattare il 'tema Trieste' significa mettere sul piatto la mai sopita questione istriana-giuliano-dalmata: nel volume infatti se ne parla in uno dei dieci capitoli. La questione giuliana e la nuova offensiva jugoslava in Grecia sintetizza, per quanto possibile, la complessità della vicenda che ebbe come protagonista il maresciallo Tito e la sua voglia di guadagnare territorio, in particolare attrverso gli sforzi diplomatici e tattici compiuti al fine di mettere in difficoltà le grandi potenze (Gran Bretagna in primis) in quel gioco di riassetto dei territori del continente europeo al quale, in realtà, sia Tito che Churchill erano impegnati già durante lo sforzo bellico. La capacità del maresciallo Tito fu di riuscire a compattare le diverse anime che componevano il variegato popolo jugoslavo e portarlo, attraverso l'uso delle armi, a liberarsi dal giogo nazista e dalla volontà dei collaborazionisti monarchici (cetnici) e filofascisti (ustascia) di eliminare i comunisti che costituivano l'esercito di liberazione jugoslavo. 

La storia con il passare del tempo va rivista ed eventualmente vanno apportati gli aggiornamenti frutto di nuove ricerche. Quello che si dimentica (specialmente in alcuni ambienti chiacchieroni) è che i libri di storia vanno letti e, in ogni caso, vanno evitate le strumentalizzazioni politiche, utili soltanto a inacidire il dibattito e a confodere gli spaesati elettori. Non foss'altro per evitare inutili screzi ai piani alti della diplomazia come già avvenuto nel recente passato tra Italia e Croazia.  

martedì 18 maggio 2021

Conversazioni. Ritorno in Irlanda: Christian racconta da Cork la sua vita tra tipicità irlandesi e nostalgie pugliesi

a cura di Vito Stano 

Le conversazioni con gli expat proseguono per far ritorno in Irlanda. Oggi pubblico la conversazione avuta con Christian, originario di Cassano delle Murge, che già qualche anno vive nella terra dei Celti. 
Ad arricchire questo racconto aggiungo i link che vi condurranno in Irlanda attraverso la mia fotografia di viaggio.

Chi è Christian, come mai vivi in Irlanda? Da quanto tempo vivi e in che città vivi?Perché hai scelto l’Irlanda, c’erano ragioni particolari o hai seguito qualcuno che era già lì?
Ciao Vito, sono Christian Verzino, cassanese doc e scrivo da Cork, la seconda città più grande d’Irlanda dopo Dublino. Mi sono trasferito qui da solo con l’idea di fare una semplice esperienza all’estero e da allora sono passati più di sette anni. Durante i miei viaggi da post-diplomato in giro per l’Europa, l’Irlanda è stata la meta di cui mi sono innamorato a prima vista per i suoi paesaggi mozzafiato, la sua cultura celtica ricca di miti e leggende, la sua musica folk suonata dal vivo in ogni pub, la storia legata al suo patrono san Patrizio che viene celebrato ogni 17 marzo, i suoi pub centri nevralgici della vita quotidiana, la terra della rock band U2, le sue birre stout, la sua ospitalità e via dicendo.

Com’è la vita dal punto di vista economico, professionale?
Posso sostenere di essere stato testimone della rapida crescita economica degli ultimi anni. Grazie alle sue politiche di sviluppo economico e alla bassissima tassazione delle imprese, l’Irlanda è riuscita negli anni ad attrarre sempre più multinazionali tanto da diventare uno dei maggiori paradisi fiscali a livello mondiale. Il costo medio della vita è aumentato notevolmente da sette anni a questa parte e lo dimostrano i prezzi degli affitti che sono letteralmente raddoppiati. Il tutto è bilanciato da un’ampia offerta lavorativa in numerosi settori (da quello farmaceutico a quello IT per nominarne qualcuno) e da generosi stipendi. Non è complicato inserirsi nel mondo lavorativo e fare carriera, basta avere un buon livello di inglese, tanta flessibilità e tanta volontà. Infatti, quando sono arrivato sono riuscito a trovare lavoro nel giro di una settimana; posso affermare per esperienza personale che la dignità e la meritocrazia qui esistono.

La vita sociale è ricca o sconti la condizione del migrante? Frequenti altri italiani lì? Come definiresti il tuo livello di integrazione nella comunità di residenza?
Premetto che la vita sociale irlandese ruota principalmente intorno al pub ma non manca durante l’anno un’ampia offerta di eventi in tutta l’isola come ad esempio il St. Patrick’s festival, il Cork Jazz festival, il Galway Oyster Festival, le Culture Nights e tanti eventi musicali (specialmente a Dublino). C’è da precisare che a causa delle temperature non proprio mediterranee gli eventi o le attività all’aperto sono molto limitati. Detto questo, gli irlandesi sono un popolo aperto e cordiale che mi ha accolto sin da subito. Sono molto easy-going e pazienti, grandi conversatori e sempre molto discreti. Quello che mi ha sempre affascinato è il loro senso dell’umorismo. Essendo l’Irlanda una nazione giovane e multietnica ho avuto la possibilità di stringere belle amicizie non sono con i locals e gli italiani expat, ma anche con gente proveniente da tutto il mondo. Per la prima volta mi son ritrovato in una realtà totalmente nuova ed è stato in quel momento che ho scoperto la mia passione per la cucina e la voglia di condividere e far conoscere la mia terra.

Che lavori svolgi?
Al momento ricopro un ruolo come Quality Leader per il dipartimento di Frode e Sicurezza in Airbnb. Mi occupo principalmente di analizzare la qualità del lavoro di un team europeo di trenta agenti, che supporta clienti (proprietari e viaggiatori) in situazioni di emergenza sia nella vita reale che sulla piattaforma. Raccolgo poi questi dati in reports per identificare problemi che rallentano il business e per offrire delle soluzioni agli stakeholders per ottimizzare i processi e i servizi offerti ai consumatori.

Parlavi già inglese o l’hai imparato vivendo lì? Com’è l’inglese che si parla in Irlanda?
Quando sono arrivato avevo un livello di inglese intermedio, maturato  grazie ai viaggi post-diploma in giro per l’Europa. L’ho migliorato con un costante approccio alla lingua con la gente del posto. L’inglese parlato qui ha una pronuncia molto diversa da quella britannica perché influenzato dal gaelico, che è la prima lingua ufficiale parlata. Col tempo sono riuscito ad imparare espressioni o cosiddetti slang come what’s the craic? (per sapere come va?) o that’s grand! (per rispondere tutto a posto!). Come in Italia, anche qui si parlano diversi dialetti a seconda dell’area geografica; suggerisco un video a riguardo, molto divertente.

La comunità italiana è presente e visibile come in Inghilterra?
Ci siamo e ci facciamo sentire. Siamo quasi 50mila italiani (dato prima della pandemia) e siamo aumentati sempre più negli ultimi anni, specialmente post Brexit.

Cosa pensi della situazione venutasi a creare a seguito della Brexit? Immagino che tu abbia avuto notizia degli scontri e delle minacce registrate a Belfast, l’Irlanda del Nord (Ulster) non è lontano. Qual è il feeling tra i cittadini di Dublino e degli irlandesi in genere? Esiste il tema riunificazione delle due Irlanda (Eire e Ulster) nel dibattito pubblico irlandese o una questione dibattuta ai più alti livelli politici?
La riunificazione credo sia ormai più una questione politica e per quanto negli anni le tensioni storiche tra cattolici indipendentisti e protestanti fedeli al Regno Unito si fossero placate, la Brexit non ha fatto altro che risvegliarle.

A differenza degli italiani residenti, o coloro che immaginavano di emigrare in Inghilterra (o sul resto del territorio britannico), in Irlanda non avete avuto e non si prevedono ripercussioni dal punto di vista giuridico. L’Irlanda è Unione Europea e i cittadini europei non subiscono discriminazioni in temi di diritto. Cosa pensi della situazione venutasi a creare in terra inglese?
Credo che sia un momento abbastanza incerto per gli italiani in UK. Molti sono stati costretti a fare le valigie e a rientrare in Italia o a emigrare in altri Paesi, sia a causa della Brexit sia a causa della pandemia, che ha portato alla chiusura di molte realtà. Per quanto ne sappia, gli italiani attualmente residenti da almeno cinque anni nel Regno Unito o arrivati entro il 30 dicembre 2020 non dovrebbero avere problemi nell’ottenere la residenza permanente in UK. Diverso è per chi vuole andare ad abitare o vivere in UK da quest’anno, in quanto dovrà fare domanda per un visto lavorativo ottenibile se in possesso di un contratto di lavoro, di competenze linguistiche e competenze specifiche per svolgere quel tipo di lavoro. Con la Brexit la Gran Bretagna non ha fatto altro che innescare una sorta di selezione della popolazione migrante puntando all’immigrazione di personale specializzato e alla regolarizzazione di chi era già presente sul territorio inglese.

Pensi che ritornerai in Italia prima o poi? E se si, nel tuo paese d’origine o in un'altra regione? Come vedi la situazione italiana da lì su?
Da quando sono espatriato ho iniziato ad apprezzare tutto quello che avevo a casa: il clima, l’odore del mare, il frinire delle cicale sulla Murgia, i garriti delle rondini e lo stridìo dei grillai nel centro storico, le passeggiate tra arte e storia, il profumo proveniente dai panifici del pane e della focaccia appena sfornati, il sapore delle burrate e delle mozzarelle appena filate, le vetrine delle pasticcerie, la cucina della mamma e non ultimi gli affetti. 

Nonostante l’Italia sia un Paese dal potenziale incredibile, purtroppo non sfrutta al massimo le sue risorse e i suoi talenti a causa delle istituzioni politiche instabili. Come tanti expat, anche a me piace pensare di poter tornare un giorno, qualora ci fossero condizioni lavorative migliori e il governo sviluppasse una politica a favore dell’occupazione giovanile.

sabato 15 maggio 2021

Riflessioni. La notte delle fallas: tra '68 in tv e lavaggio delle strade a cura del Signore del piano di sopra

di Vito Stano

La pioggia sul metallo
Ieri sera ha piovuto. Pioggia a catinelle (si potevano ascoltare, nel silenzio del fine giornata, le gocce cadere ritmicamente sulle superfici di metallo). Una bella immagine non credete anche voi? Però sarebbe riduttivo utilizzare questo spazio per segnalare che ieri sera ha piovuto. Ebbene la pioggia è arrivata dopo, appena qualche minuto dopo una meraviglia per gli occhi: i fuochi d'artificio. Io non ne sono mai stato appassionato, neppure da piccolo, anche in occasione della festa patronale ci andavo a guardarli seduto sul muretto a testa in su per tracannare l'ennesima birra e tirare ancora un po' la notte.

Il '68 alla tv
Ieri sera invece (ed è la segnalazione che vorrei fare) c'era un documentario su Rai Storia, pensato e montato da un autore brasiliano (che raccontava del 1968: l'anno della rivoluzione culturale un po' qua e un po' là nel mondo) che sarò costretto a rivedere in piccola parte proprio a causa dei botti di fine giornata. Perché poi non si dovrebbero sparare i botti la notte del 14 maggio? Tra un po' riapre tutto, si profila un'estate col botto appunto. Quindi io dico che ci stanno. Danno movimento. Marinetti avrebbero approvato. Dannunzio avrebbe criticato l'assenza di pubblico sui balconi. Ma tant'è non si può avere tutto (o tutti). Occorre fare l'esercizio preferito degli anziani di una volta: accontentarsi. E io , modestamente, mi accontento.

I razzi di Hamas a casa tua 
In ogni caso per chi li avesse persi nel sonno di una noiosa nottata qualsiasi, potete guardarli qui: e se chi vi starete chiedendo chi e perché li ha lasciati volare verso il cielo nero non sperate di avere risposte. Ma possiamo elencare qualche ipotesi. Forse vi sfugge che, nonostante il periodo pandemico (si dice così ora, è un trend) si stanno celebrando numerosi matrimoni (non so quanti di preciso, la passione per la statistica viene e va) lo letto nelle pieghe dell'Albo pretorio comunale (on-line). Dunque potrebbe essere che la troppa felicità di una figlia data in sposa ha fatta schizzare in cielo qualche razzo. Oppure a proposito di razzi e missili: a volerla fare geopolitica e nonostante il periodo pandemico, a Gaza, come se la Storia fosse ripiegata su stessa, è tornato tutto alla normalità di sempre: la guerra di uno Stato contro un popolo senza Stato. 

Quindi non ci lamentiamo di tre o quattro batterie di fuochi d'artificio, anche se non autorizzati. Meglio quelli che sono belli a vedersi e non i razzi di Hamas o i missili sganciati dagli aerei sulle teste dei palestinesi intenti a placare il pianto dei figli piccoli svegliati dal frastuono degli aerei buoni solo a sganciar bombe. 

Il diritto alla pensione
Del resto, si sa che qui da noi nella bassa di Cassano delle M(ucche), accadono cose da «paese della libertà»: è risaputo che quando qualcuno finisce di scontare una pena detentiva le persone care abbiano voglia di festeggiare. E fin qui tutto normale. Ovviamente non è che si può chiedere l'autorizzazione all'Ente, quindi chi fa da sè per tre. E sì che da quando studio diritto penale (e non solo) per entrare finalmente nei ranghi della Pubblica Amministrazione (e rimancerci incollato fino alla pensione) mi interesso a fenomeni del genere. Ma si sa che le passioni sono volatili, quindi niente lungaggini. Del resto (II) si sa che studiare non guasta mai e magari mi ritrovo delle competenze utili per un futuro in politica. Si sa (sono molte le cose che si sanno) che i contenziosi in politica sono tanti, servono gli avvocati per dirimerli e altri ne servono per consigliare le scelte corrette. Quindi il diritto bisogna studiarlo e lo sa anche chi ci prova e non ci capisce niente e prova, con annuncio su gruppo facebook dedicato, a rivendersi il libro del concorso all'Arpal nonostante tra poco usciranno le date della prova preselettiva. Non molliamo, ce la faremo.

Il parco delle foibe 
In ogni caso, visto che lo spettacolo è stato preparato e consumato nel parco giochi dedicato ai martiri delle foibe (intitolato dall'Amministrazione Di Medio durante il precedente quinquennio per rimarcare il carattere ideologico della stessa), magari approffittando del lunedì e dello spettacolo dei fuochi, gentilmente offerto alla notte, la gentilissima sindaco e la sua cerchia di collaboratori potrebbero decidersi di inviare qualcuno armato di scope e palette, guanti in lattice e secchiello per fare una pulizia profonda del succitato parco, che frequentato da decine e decine di bimbi (come diceva l'indimenticabile compagno Niki Vendola imitato dal favoloso Checco Zalone) è decisamente sporco: non solo nei giardini utilizzati per far pascolare i cani ma anche nei camminatoi interni. 

Non manca niente, ma proprio niente: vetri rotti, mascherine, carte e cartacce, cicche di sigarette, plastiche varie e altre zozzerie. Certo io sono di parte, perché lo frequento e perché sono convinto che, almeno e prioritariamente, i luoghi frequentati dai bimbi e dalle bimbe dovrebbero essere puliti e sicuri. Lo so anche voi che abitate in altri quartieri vorreste un parco vicino casa, lo immagino. Ma così, ad oggi, non è. Quindi se volete potete scendere a valle (nella bassa Cassano) e godere anche voi. Le fortune dobbiamo e possiamo condividerle. Del resto con questi chiari di luna bisogna sapersi accontentare.   

venerdì 14 maggio 2021

Conversazioni. Franco racconta la sua Olanda: tolleranza e sostenibilità nel quotidiano di un paesaggista

a cura di Vito Stano

La seconda conversazione la facciamo con Franco, un caro amico di Cassano delle Murge, attualmente residente ad Amsterdam, dove vive e lavora da qualche anno. Ne seguiranno altre in giro per il Vecchio Continente. Stay tuned.

Questo scambio di battute voglio farlo iniziare dalla frase finale con cui Franco ha chiuso la conversazione. «Esplorare è la cosa più bella del mondo, come diceva Lucio Battisti ‘avere nelle scarpe la voglia di andare, avere negli occhi la voglia di guardare. Solo amore’».

Chi è Franco Carrasso, come mai vivi in Olanda? Da quanto tempo vivi e in che città vivi? Perché hai scelto l’Olanda, c’erano ragioni particolari o hai seguito qualcuno che era già lì?
Sono un architetto del paesaggio, cassanese di origine mi sono spostato prima a Milano, poi qui in Olanda per studiare architettura, architettura del paesaggio e coltivare la mia passione per l'arte. Vivo ad Amsterdam da 7 anni, sono venuto qui per frequentare il master all'Accademia di Architettura di Amsterdam, un ottima scuola per la mia disciplina. Il motivo principale per aver scelto Amsterdam è stata appunto l'accademia che mi ha dato la possibilità di lavorare nel settore durante gli anni di studio.

Com’è la vita dal punto di vista economico e professionale?
In Olanda la professione del paesaggista è vista come una professione a se, nessuno si improvvisa paesaggista almeno che non abbia esperienza alla spalle. Questo modo di fare porta ad avere dei progetti ben eseguiti con un attenzione particolare alle esigenze dell'aera di progetto in relazione al contesto.
Economicamente qui si vive bene, le retribuzioni sono giuste per il lavoro eseguito e sopratutto c'è molta possibilità di crescita, anche per gente sotto i trent'anni, basta voler lavorare e le responsabilità arrivano. 
Attualmente lavoro in uno studio di Amsterdam che si occupa di architettura, urbanistica e paesaggismo. Sono stato formato come un designer, inteso come progettista e adesso sto sviluppando altri prodotti, con l'idea di diventare indipendente.

La vita sociale è ricca o sconti la condizione del migrante? Frequenti altri italiani lì? Come definiresti il tuo livello di integrazione nella comunità di residenza?
Gli olandesi sono molto diversi da noi italiani, il loro modo di avere vita sociale è un po diverso, sono troppo organizzati anche nella vita privata cosa che a volte porta a una perdita di spontaneità che, nel mio caso, non funziona.
Frequento molti italiani, la comunità qui è abbastanza estesa ma ciò non toglie che ho un sacco di amici di nazionalità diverse, expat per la maggiore. Poi, Amsterdam è una città multietnica, al contrario del resto dell'Olanda e ciò ci dà la possibilità di esplorare le culture.

Parli la lingua del posto o comunichi in inglese? 
Parlo Inglese.

La comunità italiana è presente e visibile come in altri Paesi europei?
Decisamente sì; gli italiani ad Amsterdam sono moltissimi, capita di incontrarne talmente tanti che, a volte, si rischia di perdere quella complicità che, generalmente, si ha con i connazionali all'estero.

Alcuni anni fa ho visitato la capitale Amsterdam, tu che ci vivi puoi rappresentare il fenomeno delle biciclette?
Le bici sono il mezzo di trasporto più sensato per una città che non è una metropoli. L'utilizzo della macchina ha troppi aspetti negativi, troppo tempo per gli spostamenti, troppo tempo per trovare parcheggio ma sopratutto troppo inquinamento! Con la bici si può essere dall'altra parte della città in quaranta minuti, le infrastrutture sono perfette, si può arrivare ovunque in tempi ridotti. Quindi: non inquino, faccio sport e mi diverto, penso (e spero) di non perdere mai questa abitudine.

Amsterdam è più olandese o più europea?
Amsterdam è una capitale europea, come tale ha delle caratteristiche tipiche della nazione in cui si sviluppa ma anche molte diversità. In primis il numero di persone, è una città estremamente densa quindi diversificata. Più culture si incontrano e io penso che questo sia la base di un mondo sano.

L’Olanda è famosa per la sua politica di tolleranza nei confronti del commercio di droghe nei coffe shop e per la prostituzione legale. Vivendo ad Amsterdam come valuti il fenomeno? E pensando alla situazione italiana (magari a Milano che conosci bene), pensi che la politica olandese rispetto alle droghe e alla prostituzione porterebbe dei vantaggi al nostro Paese?
La vendita di droghe leggere e la prostituzione sono due dei maggiori introiti delle mafie, anche uno stolto capirebbe che tassandole i soldi che ora vanno alle mafie entrerebbero nelle tasche dello Stato. I vizi fanno parte dell'uomo, proibire qualcosa come l'erba e tenere monopolizzati i tabacchi è una cosa insensata. Ogni uomo e ogni donna dovrebbe essere libero di vivere la propria vita secondo i propri canoni.

Come vedi la situazione italiana da lì su?
Mi sono distaccato molto da certe dinamiche, politiche e sociali italiane, mi intristisce vedere certa gente in tv e sui giornali e quindi a volte li evito. Ho sviluppato invece un particolare interesse per tutte quelle cose che ho sempre dato per scontato vivendo in Italia. Il nostro Paese è una meraviglia dal punto di vista paesaggistico e umano. Vivere l'Italia è una cosa bellissima che mi manca sempre.

Pensi che ritornerai in Italia prima o poi? E se si, nel tuo paese d’origine o in un'altra regione?
Penso di sì, ci sono delle cose che mi mancano troppo. Non so quando, ma tornerò. Non penso di tornare nel mio paese perché professionalmente sarebbe troppo compromettente ma penso di avvicinarmi. Mi piace pensare che tornerò, ma vivo alla giornata. Vedremo.

giovedì 13 maggio 2021

Riflessioni. Astrazeneca rifiutato in Sicilia e poi accolto: il destino amaro della scienza

di Vito Stano

Leggo sull’Ansa che, a detta dell’assessore regionale pugliese alla Sanità Pierluigi Lopalco, dalla prossima settimana verranno aperte le prenotazioni per i vaccini anti Covid agli over 40 anche in Puglia.
«È stata trasmessa – scrive l’Ansa citando Lopalco – una circolare dal commissario Figliuolo che dà la possibilità alle Regioni di aprire le prenotazioni. Stasera (ieri 12 maggio, ndr) ho convocato, prosegue Lopalco, la cabina di regia per definire i dettagli».

Dunque mentre la nostra regione si appresta a fare un passo in avanti nella campagna vaccinale, la notizia che da ieri si dibatteva all’ora di pranzo era che dalla Sicilia (Campania e Calabria) arriveranno migliaia di dosi di Astrazeneca in Puglia (e in Veneto).

Per quello che mi interessa come pugliese, non posso che restare sorpreso del fatto che in tre delle regioni dell’Italia simbolo del turismo estivo, in questo momento storico così cruciale e determinante per il futuro, si registri un così alto rifiuto di ricevere il vaccino (Astrazeneca). 

Il dato significativo su cui non si può non riflettere è che queste regioni avrebbero potuto pianificare e ottimizzare al massimo la campagna vaccinale (per quanto possibile) per offrirsi sul mercato del turismo come aree covid free (o quasi). E invece il battage mediatico ha prevalso sulla razionalità in molti residenti di queste regioni (e forse di tutta Italia), gettando dalla finestra lo strumento che darà (ci piaccia o meno l’idea) la possibilità di accogliere turisti più e meglio di coloro che hanno sposato una tattica che definirei della lepre: scappare davanti al timore (razionalmente infondato) cavalcando al contempo il coro populistico del «riapriamo tutto». I luoghi covid free (o quasi) saranno scelti di più e come sempre accade qualcuno a estate finita farà i conti e si morderà le mani addossando le colpe a qualcun altro.  

Libero arbitrio in libera economia capitalista. Intanto chi può e chi vuole ha iniziato a vivere il quotidiano concedendosi qualche lusso, come il caffè al bar.

lunedì 3 maggio 2021

Conversazioni. Roberta racconta la sua Irlanda: lavoro, relazioni e sentire comune dall'isola a nord-ovest dell'UE

a cura di Vito Stano

In questa nuova stagione del blog, rinato con un nuovo dominio che riporta direttamente al sottoscritto, ho ideato un viaggio virtuale (per restare in tema di chiusure-covid) dettato da un file rouge fotografico in giro per il continente europeo. La fotografia, quella autoprodotta in una serie di reportages mai pubblicati, è stata la molla che ha fatto scattare l’interesse a scovare e proporre a qualche expat di raccontare la propria esperienza di vita all’estero. Curiosità figlia della mia breve esperienza all’estero e, soprattutto, dell’insaziabile desiderio di conoscenza, diretta e indiretta, di quel luogo geografico e soprattutto relazionale che è l’Unione Europea, a sua volta esperienza storico-giuridico unica al mondo. L’idea di incontrare, via web, le menti e le braccia emigrate in quell’altrove europeo è dunque un modo per tornare a sentirci vicini, provando attraverso la conoscenza dell’Altro a ricucire le ferite inferte dalla scarsa o pessima informazione e scadente conoscenza dei nostri partner europei.

Questo viaggio inizia con la conoscenza di Roberta dall’Irlanda. A lei un ringraziamento speciale per la sua disponibilità e la voglia, dimostrata, di condividere la sua esperienza di vita. Buon viaggio.

Chi è Roberta, come mai vivi in Irlanda? Da quanto tempo vivi e in che città vivi? Perché hai scelto l’Irlanda, c’erano ragioni particolari o hai seguito qualcuno che era già lì?
Ciao Vito, sono Roberta D’Alessio, nata a Bari, ma cresciuta a Cassano delle Murge. Studente della scuola di Dottorato di Ricerca, presso l’Università College di Dublino. Di me posso dirti che sono il prototipo della persona del sud, legata alla famiglia e agli affetti, ma con il bisogno di scoprire e conoscere. Quest’ultimo aspetto del mio carattere mi ha portato a trasferirmi in varie città, Italiane e non, e successivamente ad intraprendere il mio percorso di studio e lavoro. Mi sono trasferita in Irlanda a novembre del 2019, grazie appunto all’università, ed esattamente abito a Fermoy, nella contea di Cork, in cui si trova la sede del centro di ricerca in cui svolgo la parte pratica del mio dottorato.

Com’è la vita dal punto di vista economico e professionale?
L’Irlanda è il paese più costoso d’Europa. Se si vuol vivere in questa nazione bisogna ben chiarire che ogni cosa ha un costo, alle volte eccessivo. Da studente borsista, ti posso dire che un terzo del mio “stipendio” serve solo per l’affitto, bollette escluse. Se poi si aggiungono i costi della spesa settimanale, e i costi di un mezzo di trasporto, la situazione diventa abbastanza grave. E tanto per chiarire, la mia borsa di studio, frazionata nei dodici mesi, è l’equivalente del minimum weidge, tasse escluse, in Irlanda, ossia del salario a ore minimo garantito per un adulto con età superiore a 20 anni.

Molti lavori però ti permettono di avere stipendi più alti (si parla da 34.000 euro l’anno in su, arrivando anche a 52.000 euro) da operai o normali lavoratori. Insomma dipende in quale settore si lavori e in quale industria.

Per la professionalità la situazione varia a seconda del posto di lavoro. Ti posso dire che gli irlandesi, da quello che ho notato anche grazie alle storie raccontate dai miei amici, sono molto gelosi del proprio posto di lavoro, e molte volte, la professionalità va a farsi benedire. Ho anche notato che la meritocrazia c’è, ma varia al variare dell’azienda e della cittadinanza del lavoratore. Insomma, se sei irlandese e sei bravo nel tuo lavoro è possibile tu venga promosso molto tempo prima rispetto ad uno straniero bravo nel suo lavoro.

La vita sociale è ricca o sconti la condizione del migrante? Frequenti altri italiani lì? Come definiresti il tuo livello di integrazione nella comunità di residenza?
Piccolo appunto prima di rispondere. Io abito a Fermoy, cittadina di, circa, 6500 individui, in cui si trova una delle sedi del centro di Ricerca e Sviluppo Ministeriale ‘Teagasc’ (posto in cui svolgo il dottorato). La cittadina è abituata a studenti e ricercatori e lavoratori provenienti da ogni parte del mondo (ti basti pensare che solo nel mio team di ricerca siamo irlandesi, italiani, francesi, spagnoli, portoghesi e indiani).

In questa cittadina non si ha la condizione del migrante, bensì c’è interesse nei confronti della persona, della sua storia, straniera o meno. La vita sociale in Irlanda, varia al variare della città. Ovviamente, se ti trovi da solo a Dublino centro città, dove ci sono gruppi di turisti e pochi residenti, è facile che tu rimanga solo, mentre nelle piccole cittadine è facile fare amicizia e far gruppo, e anche qui, la tua nazionalità non è importante. Personalmente io frequento solo altri due Italiani qui in Irlanda, ma sono in contatto tramite social media con la comunity. In verità trovo che in questi gruppi  gli italiani siano molto più ghettizzanti e selettivi degli irlandesi stessi.

Che lavori svolgi?
Io sono uno studente della scuola di Dottorato di Ricerca ad UCD (University College of Dublin). Più precisamente svolgo il mio dottorato di ricerca presso la Scuola di Scienze Mediche Veterinarie e il Dipartimento di Sviluppo Suinicolo (PDD) del centro di ricerca ministeriale Teagasc, in Moorepark. In generale mi occupo di benessere animale e nello specifico di legislazione europea e osservanza della stessa.

Parlavi già inglese o l’hai imparato vivendo lì? Com’è l’inglese che si parla in Irlanda?
Prima di trasferirmi in Irlanda abitavo a Bristol, nel Regno Unito, dove lavoravo, in più avevo conseguito il certificato ESOL British Institute con un livello C1 in Italia, quindi fortunatamente avevo quello che pensavo fosse un buon livello. Una volta in Irlanda mi sono ricreduta.

Purtroppo qui l’accento è così particolare che posso assicurarti che durante il mio primo mese qui ho passato più tempo a chiedere di ripetere le domande che a rispondere a queste. Ad oggi ho ancora difficoltà a comprendere persone con un accento irlandese importante.

La comunità italiana è presente e visibile come in Inghilterra?
Esattamente come in Inghilterra, anche qui la comunità italiana è presente ed è visibilissima, ma questo ho avuto modo di notarlo in ogni città abbia visitato o vissuto. Ti posso assicurare che siamo ovunque, noi e gli spagnoli.

Cosa pensi della situazione venutasi a creare a seguito della Brexit? Immagino che tu abbia avuto notizia degli scontri e delle minacce registrate a Belfast, l’Irlanda del Nord (Ulster) non è lontana. Qual è il feeling tra i cittadini degli irlandesi?
Purtroppo qui i problemi riportati dalla Brexit sono molteplici e sono stati colpiti più settori, il primo tra tutti quello agricolo-zootecnico, che è uno dei maggiori settori qui in Irlanda. Tra la Brexit e il Covid ci sono stati ribassi e perdite sostanziali nell’economia nazionale in generale, mentre rialzi per tutto ciò che riguarda le spese di spedizione per tutto ciò che riguarda la spesa on-line.

Ovviamente anche noi abbiamo avuto notizie degli scontri a Belfast, ma i commenti fatti da irlandesi doc (i puri) sono stati particolari (per modo di dire).

Con chiunque io abbia parlato, a partire dalle mie coinquiline irlandesi, continuando con vicini di casa, amici e così via, i sentimenti variano dal disinteresse alla contentezza per le ripercussioni in Irlanda del Nord. E quando chiedi motivazioni ti spiegano che, in generale, un irlandese della Repubblica di Irlanda odia e viene odiato dai britannici abitanti dell’Irlanda del Nord e questo è un odio storico.

A proposito di Brexit, a differenza degli italiani residenti (o coloro che immaginavano di emigrare in Inghilterra o sul resto del territorio britannico), in Irlanda non avete avuto e non si prevedono ripercussioni dal punto di vista giuridico. L’Irlanda è Unione Europea e i cittadini europei non subiscono discriminazioni in temi di diritto. Cosa pensi della situazione venutasi a creare in terra inglese?
Lascia che ti dica che pre o post Brexit in Inghilterra per i cittadini italiani e/o europei l’unica cosa che è cambiata è il tempo necessario da passare nello stato per ottenere la cittadinanza. Prima della Brexit credo fosse sei anni, dopo credo sia salito a 8 o 9 anni.
I diritti rimango gli stessi.

Te lo dico per esperienza, avendo lavorato in Inghilterra quando questa era ancora in fase di uscita dall’Unione Europea con a capo del Gabinetto Teresa May, e l’inizio del mandato di Boris Johnson. Pre Brexit, l’idea generale era quella di trasferirsi in Inghilterra e poi cercare lavoro (cosa che funzionava in pochissimi casi già da allora), mentre adesso si è iniziato a capire che bisogna partire già con un contratto in mano, specialmente perchè richiesto alla dogana. In un intervista fatta a Johnson a fine anno scorso è stato ben chiaro che si sarebbe continuato ad assumere stranieri anche dopo la Brexit. Non credo ci siano ripercussioni dal punto di vista giuridico, sia in Inghilterra che in Irlanda, perlomeno i miei amici italiani lavoratori in questi Paesi non stanno subendo nulla, se non stress per via della situazione Covid.

Esiste il tema riunificazione delle due Irlanda (Eire e Ulster) nel dibattito pubblico irlandese o una questione dibattuta ai più alti livelli politici?
Ci sarà sempre un dibattito a livello politico per tale situazione, ma lo stesso vale per la Scozia che vuole staccarsi dall’Inghilterra. Da straniera in terra irlandese pensavo che anche qui gli irlandesi ambissero alla riunificazione, invece mi sto ricredendo.

Da quello che ho capito sembra ci sia un profondo rancore e disprezzo da parte dei cittadini della Repubblica nei confronti dei cittadini dell’Ulster e viceversa. Da quanto ne so, in Irlanda del Nord e, in particolare in alcune cittadine o aree delle città o anche solo in alcuni pub è vietato l’acceso agli irlandesi della Repubblica.

In aggiunta, purtroppo il problema della riunificazione non si pone solo a livello governativo, ma anche a livello religioso. Le chiese Cattolica e Protestante sono antagoniste tra loro, specialmente in Irlanda del Nord, e in più hanno molta influenza a livello territoriale in tutta Irlanda. La chiesa Protestante vede la necessità di rimanere nel Regno Unito, per non perdere fedeli e potere.

Pensi che ritornerai in Italia prima o poi? E se si, nel tuo paese d’origine o in un'altra regione? Come vedi la situazione italiana da lì su?
Ci tengo a sottolineare che amo il mio Paese, il nostro clima, il nostro cibo e la nostra storia. In Italia puoi trovare tutto ciò che ti è necessario per vivere serenamente in un raggio di azione di pochi chilometri, ma non so se tornerò mai in Italia. Sono stata cresciuta con un profondo insegnamento, «dove c’è lavoro c’è casa», pertanto il rientrare in patria non è per me una priorità.

In più, viaggiando e vivendo in altre cittadine, italiane e non, ho compreso che la nostra Nazione, per quanto bella sia, sia mentalmente incolta, retrograda e chiusa, e non solo per quanto riguarda il mondo del lavoro (ovviamente parlo anche al Nord). 

Ovviamente tornerei in Italia se mi venisse offerto il posto di lavoro a cui sarebbe impossibile rifiutare, e quindi non necessariamente nella mia terra di origine. L’Italia vista dall’estero non è un esempio da seguire. Nelle testate nazionali irlandesi e inglesi dell’Italia se ne parla ben poco, ma quando accade è sempre denigrante. Secondo le testate danesi (il mio ragazzo è danese e gentilmente mi tiene aggiornata), noi Italiani non siamo in grado di fare nulla, e anzi, non siamo apprezzati per via del nostro debito pubblico che loro devono aiutarci a pagare.

Visti dall’estero noi italiani siamo boriosi, spocchiosi, egocentrici, ignoranti e il nostro Paese è ritenuto, tra i giovani, come il luogo da visitare per via del facile accesso alla droga.